i fratelli Della Porta Raffo Rodiani si raccontano

IMG_5149 2Anna Maria Della Porta Rodiani Carrara, Mauro della Porta Raffo, Silvio Raffo: tre fratelli per la prima volta presenti ad un incontro pubblico che, fin dalle prime battute, ha suscitato una pioggia di risate, in un susseguirsi di aneddoti, ricordi d’infanzia, appunti di viaggio raccontati più a se stessi che al numeroso pubblico presente: un divertissement al quale abbiamo assistito come spettatori privilegiati di uno spettacolo teatrale in cui l’improvvisazione e la spontaneità hanno avuto il sopravvento sull’argomento dell’incontro preannunciato dalla bella locandina di Claudia Boldrini.

IMG_5160 2I fratelli Della Porta Raffo Rodiano si raccontano”: questo il titolo dell’evento organizzato dal Lions Club Luino con il patrocinio del Comune, svoltosi a Palazzo Verbania il 17 gennaio scorso, moderato da Davide Boldrini, che del benemerito sodalizio è segretario, nonché responsabile telematico e introdotto dal presidente dei Lions Nunzio Mancuso.

All’appuntamento hanno partecipato molti ammiratori sia del “gran pignolo”, saggista e scrittore Mauro, presidente onorario della prestigiosa Fondazione Italia USA, sia del poeta, scrittore, critico letterario e traduttore Silvio, per anni docente di Lettere presso il Liceo Cairoli di Varese, che i soci dell’Università Popolare di Luino conoscono bene in qualità di massimo esperto e principale traduttore della poetessa americana Emily Dickinson.

E poi, sorprendente new entry, la meno conosciuta dei tre fratelli, perché vive a Roma: la spumeggiante Anna Maria, che ha affascinato l’uditorio raccontando di come abbia saputo far coincidere la sua passione per i viaggi con la scrittura e il suo lavoro al Ministero degli Esteri, grazie all’incarico che le ha permesso di lavorare presso quattro sedi consolari e di vivere vent’anni tra Anversa, Londra, Istanbul e Belgrado. «Se volete conoscerla andate in un aeroporto!» Dicono di lei i due fratelli, ma non è esattamente così, perché, dotata di una personalità particolarmente esuberante, Anna Maria nel corso degli anni ha trovato il tempo anche per dedicarsi alla scrittura e alla pittura.

Storia di una famiglia speciale, dunque, composta da “tre fratelli completamente diversi”, ma con una straordinaria capacità comunicativa, unita per l’occasione in un accavallarsi di voci che si sono rincorse freneticamente come le onde dell’inverna che soffia sui grandi laghi prealpini, passando dalle battute fulminanti a momenti più intimi, come il ricordo dei propri genitori, senza concedere, né concedersi un attimo di pausa.

Già, perché, in qualità di responsabile dell’Ente Provinciale per il Turismo il papà Manlio Raffo trasformò Varese in una capitale del turismo culturale. Con il consulente Piero Chiara e il contributo di Aurelio Morellato dell’Accademia di Brera rilanciò l’antica tradizione degli ex voto dipinti sui muri delle case di Arcumeggia, chiamando alcuni tra i maggiori artisti italiani del Novecento. Nacque così il primo borgo dipinto al mondo, con opere di Guttuso, Treccani, Brindisi, Usellini, Salvini e molti altri.

Chi si aspettava un “dibattito stile TV Svizzera” è stato smentito, perché, intercalati dagli amabili sfottò tra i tre fratelli, è stato dipinto lo straordinario quadro di una provincia italiana che non ha nulla da invidiare ad altre ben più blasonate.

È stata anche l’occasione per descrivere il mondo scolastico con una calligrafia poetica, come quella usata dal prof. Silvio Raffo, soprattutto perché quando iniziò la sua carriera aveva solo tre anni di differenza con i suoi studenti: «Per 43 anni entrare in un’aula è stato come entrare in Paradiso». E proprio “Fiaba del 1° marzo” è dedicata al Liceo Scientifico di Luino, mentre “Lettera dalla nuova scuola” è dedicata ad un suo allievo.

Insegnare, scrivere e recitare: questi tre desideri si sono realizzati anche grazie al ruolo fondamentale della docente di Greco Mara Tonelli, grazie alla quale il giovane e introverso Silvio si aprì al mondo.

Ma il rapporto con il fratello Mauro? «Western contro Gialli: i nostri gusti cinematografici si incontravano solo grazie a qualche raro filamento». La mamma influì molto sulla crescita di Silvio, ma egli non prenderà mai in considerazione l’idea di crearsi una sua famiglia, perché la scuola e il contatto con i ragazzi avranno sempre la precedenza. Anche l’Amore si rivelerà un disastro, a parte la passione per scrittrici del calibro di Emily Dickinson e della poetessa Antonia Pozzi, grande personalità della Milano degli anni ’30, legata da profonda amicizia con Vittorio Sereni e morta suicida a 26 anni.

«Preferisco i rapporti con le persone defunte». Confessa il prof. Silvio, il quale ammette, però, di aver sempre incontrato “grandi donne e persone meravigliose”, che lo hanno guidato anche nella scrittura delle sue pagine più autobiografiche, come quando parla della sua stessa madre e di Barasso, luogo in cui ha vissuto durante l’infanzia.

A chi gli chiede se gli sarebbe piaciuto diventare Preside Silvio Raffo risponde con veemenza: «Io fare il preside? Una noia mortale!!!»

Molto meglio tenere seminari sulla traduzione di poeti angloamericani, fare analisi comparate delle traduzioni della Dickinson, o tenere serate di poesia al Testaccio, al centro culturale di Trastevere, incontrare giovani poeti, per poi addormentarsi nella casa della sua città natale (Roma), nel letto che appartenne ad Isabella Rossellini. Chi è il poeta? “Un essere innamorato delle parole”.

Nell’assoluta impossibilità di mantenere “tempi televisivi”, la serata è proseguita con l’intervento di Mauro, che, parlando del fratello Silvio rivela divertito che «Non sa nemmeno quando è nato e parlava in greco anche di notte, nel sonno. Io non ho mai saputo che cosa avrei fatto da grande; infatti, ho realizzato molte cose “meravigliosamente male”: a 23 anni direttore dell’Azienda Autonoma di Soggiorno, sulle orme di nostro padre, con grande dispiacere della famiglia, che mi voleva avvocato».

Poi ecco la rivelazione: Mauro della Porta Raffo è stato anche un giocatore d’azzardo professionista!

«Giocavo contro altre persone e non contro il banco, perciò riuscivo a vivere, poi ho smesso anche perché ero sposato con due figli».

Per fortuna entra in Assicurazione e poi, nel ‘93 annuncia alla moglie che avrebbe iniziato a scrivere, soprattutto a proposito del sistema elettorale americano, su qualche giornale locale, anche se in realtà avrebbe voluto scrivere racconti (“mi annoia scrivere a lungo”), naturalmente con storie ambientate nel mondo del gioco d’azzardo!

Sappiamo, però, che la professione di scrittore può portare a morire di fame, perciò, nell’imminenza delle elezioni americane del 1996 inizia a mandare fax senza speranza a Giuliano Ferrara, direttore del quotidiano “Il Foglio”, sull’ignoranza dei giornalisti, denunciando gli errori grossolani commessi nei loro articoli.

Risultato? Un articolo con un titolo a nove colonne: “Un lettore denuncia la pochezza della stampa italiana”. E in fondo all’articolo c’era la proposta di collaborazione: “Lei merita una rubrica, ci sta?”.  Mauro telefona in redazione e così il 5 settembre 1996 inizia la rubrica delle pignolerie, autentico spauracchio per i giornalisti, che saranno pubblicate fino al 2009.

Ma la fantasia di Mauro della Porta Raffo non ha limiti, perché diventa formatore, «insegnando cose di cui non sapevo nulla e riuscendo a parlarne fino alla fine!»

Lo fermerà il Covid, ma ora continua a scrivere e studiare, contando di farlo per molto tempo ancora: «Sono stato uno dei peggiori scolari della Storia, ma quello che ho sempre fatto nella mia vita è stato studiare».

IMG_5156 2Quali sono stati i rapporti di Mauro della Porta Raffo con la famiglia?

«Qualcuno sostiene che noi fossimo romani prima ancora che Roma fosse fondata, in realtà, finita la II Guerra Mondiale papà viene mandato a Terracina, incontra mia madre e si sposa. Nel 1946 la famiglia si trasferisce in Valmorea (CO), precisamente a Caversaccio». Partono solo mamma e Mauro molto piccolo (nato nel 1944) su un aereo utilizzato dai paracadutisti. «Durante la sosta alla Malpensa la mamma si accorge che il posto di direttore dell’ente turismo varesino è libero, così chiede a mio padre di farsi trasferire a Varese».

Mauro si trova a proprio agio nella città giardino: qui si sposerà e nasceranno i suoi figli; qui vivono ancora alcuni dei suoi compagni di studi, tra i quali Franco Arnaldi. Qui si realizzano alcune delle sue passioni: nel 2016, in occasione del bicentenario dell’indipendenza americana, Mauro è presidente dei festeggiamenti.

Attualmente sta concludendo un libro sui 250 anni dalla dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, che sarà in libreria a partire dal prossimo 25 marzo e, per il quale, provocatoriamente, ha chiesto ad un gruppo di amici un contributo al fine di descrivere la figura del presidente Trump.

 “Appunti di viaggio” potrebbe essere il titolo del capitolo in cui Anna Maria Della Porta Rodiani Carrara racconta di sé e delle sue avventure in giro per il mondo, inserendosi tra due fratelli dal carattere così forte.

In una piacevole carrellata vengono descritti sinteticamente usi e costumi dei turchi, con il passaggio del tamburo alle quattro di notte (servizio comunale) per la preghiera nel periodo del Ramadan e la colazione consumata prima del sorgere del sole.

È poi la volta di Belgrado, con il Viale dei Ministeri: da un lato tutto è intatto, mentre dall’altro lato sorge il Ministero della Difesa, irrimediabilmente bombardato.

Londra invece è la capitale più classica e rinomata, ma gli inglesi sono molto freddi.

Durante questi viaggi non sono mancati momenti delicati, nei quali Anna Maria ha rischiato grosso, come l’incontro con un ubriaco a Bath di fronte al quale, essendosi lasciata sfuggire una parola in lingua italiana, si è vista apostrofare con un violento “Se ne vada, straniera!”, seguito da una fuga in taxi della malcapitata.

A volte anche gli eventi atmosferici hanno giocato contro, come quella volta ad Anversa, a causa di un incredibile vento. Le missioni più delicate e significative sono state però compiute per assistere italiani in difficoltà economiche o in visita consolare a prigionieri.

Emblematica la vicenda della vedova Gigliola in vacanza in Turchia, dove aveva conosciuto un trafficante di droga senza saperlo e la sua auto viene imbottita di droga a sua insaputa. La donna viene arrestata e condannata a 4 anni di reclusione, perché non viene creduta; per fortuna, dopo la visita consolare viene liberata per buona condotta.

Più toccante, dal punto di vista emotivo, l’episodio di Belgrado, avvenuto nel Natale 2010 con due famiglie sterminate in un incidente stradale.

Sicuramente Anna Maria ha frequentato più ospedali e parlatori di prigioni che luoghi di villeggiatura…

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Concludendo, non saprei dire se il caloroso applauso finale sia stato dedicato più agli aneddoti personali, alle pillole di Storia Contemporanea narrate, o all’esuberanza dei protagonisti, ma sicuramente ci siamo sentiti anche tutti noi, almeno per un paio d’ore, appartenenti a questa incredibile famiglia.

 

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PALAZZO VERBANIA – “GIUSTIZIA: DALLA LEGITTIMA DIFESA AL GIUSTO PROCESSO”

BrusaPelliciniIamettiGiovedì 18 dicembre scorso Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno organizzato un convegno sul tema della Giustizia, in previsione del referendum che coinvolgerà gli italiani il prossimo marzo 2026, chiamati ad esprimersi sulla separazione delle carriere nella magistratura.

Al tavolo dei relatori, introdotti da Dario Sgarbi presidente del Circolo di Fratelli d’Italia luinese, Andrea Pellicini componente della Commissione Giustizia, Elisabetta Brusa segretaria dell’Organismo Congressuale Forense, Giacomo Iametti vicepresidente Provincia Varese; in collegamento audio video il deputato alla Camera di “Lega per Salvini PremierStefano Candiani.

Presenti, fra il numeroso pubblico nella sala conferenze di Palazzo Verbania, anche Simone Castoldi sindaco di Lonate Pozzolo, Giuseppe Taldone vicesegretario regionale di Forza Italia e Davide Cataldo, segretario luinese di “Lega per Salvini Premier”.

Si è parlato, dunque, di Giustizia a 360º, perché «i prossimi mesi saranno importanti, in vista proprio degli imminenti referendum, ma anche perché affascinati dal concetto di “giusto processo”, inserito nella Costituzione con la riforma dell’Art. 111». Si tratta di un pilastro delle garanzie processuali, volto a garantire un processo equo, trasparente e rispettoso dei diritti fondamentali, tematiche care sia agli avvocati che ai cittadini. Qual è stato il cambiamento di passo rispetto alle regole dettate dai padri costituenti e, soprattutto, dopo la riforma della Giustizia introdotta dalla Legge Vassalli e dal Nuovo Codice di Procedura Penale (1988/’89) con l’introduzione del dibattito sulla separazione delle carriere dei magistrati?

Il quesito referendario ha lo scopo di confermare una legge costituzionale:

– i sostenitori del ritengono che la separazione delle carriere garantisca indipendenza e imparzialità; trasparenza e fiducia nella giustizia; parità delle parti (accusa e difesa)

– chi vota No (o è contrario alla riforma) teme che si tratti di una soluzione propagandistica; che la separazione possa alterare l’equilibrio attuale; che si crei un sistema ingessato e meno flessibile.

«Che cos’è il giusto processo? – Si è chiesta l’avvocata Elisabetta BrusaLa possibilità di sedersi davanti a un giudice affiancati da pubblica accusa e difensore dell’imputato, ma quando si opera all’interno di un processo mediatico si diventa responsabili di un reato prima ancora di lavorare su prove certe; è necessario, quindi, evitare che il processo avvenga fuori dall’aula di giustizia e l’avvocato difensore deve essere considerato alla pari con il pubblico ministero, senza condizionamenti». Nessuna confusione con l’idea di un pubblico ministero sganciato dalla magistratura, poiché egli non diventerà una sorta di super poliziotto, come fu Antonio Di Pietro, leader di “Italia dei valori” e simbolo di “Mani Pulite”, il quale attualmente è favorevole alla separazione delle carriere, perché: “Se fossi un imputato, vorrei essere giudicato da qualcuno che conosce tutto il percorso processuale, non solo una parte”.

Non dimentichiamo, però, che si rischia di mettere in secondo piano un tema umano del quale tutti noi dovremmo occuparci, ovvero quello del sovraffollamento delle nostre carceri, con un incremento del 130% e 78 suicidi solo nel 2025. A tutto ciò si aggiunge la mancata attuazione delle liberazioni anticipate, per la difficoltà nel trovare soluzioni accettabili a causa della tematica divisiva. «Troviamo soluzioni concrete, poiché le nostre carceri sono la facciata della nostra dignità umana. La scelta di votare SÌ è quella più corretta, pensando anche alle difficoltà connesse alle strutture detentive per i minori, per non parlare delle donne detenute, che costituiscono il 4% della popolazione carcerata e alla difficoltà di gestione all’interno di strutture pensate solo per gli uomini». Ha concluso Elisabetta Brusa.

Con la separazione delle carriere si prevede anche un nuovo sistema gestito dall’Alta Corte Disciplinare, che introdurrà un meccanismo più indipendente e strutturato e durerà in carica quattro anni senza possibilità di rinnovo. Sarà l’organo giudicante per i procedimenti disciplinari contro i magistrati, sostituendo la funzione oggi svolta dal Consiglio Superiore della Magistratura e il sorteggio è centrale per la sua composizione.

I suoi 15 membri saranno così ripartiti:

  • 3 membri scelti dal Presidente della Repubblica tra soggetti in possesso dei requisiti per l’elezione a giudice costituzionale;
  • 3 membri estratti a sorte da un elenco di giuristi (con i medesimi requisiti) compilato dal Parlamento con elezione svolta in seduta comune;
  • 3 membri sorteggiati tra magistrati del pubblico ministero con almeno 20 anni di anzianità e che abbiano esercitato (o esercitino) funzioni di legittimità;
  • 6 membri sorteggiati tra magistrati giudicanti con almeno 20 anni di anzianità e che abbiano esercitato (o esercitino) funzioni di legittimità.

Il magistrato Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli, sostiene che questa sia una riforma che toglie potere alla magistratura e alcuni esponenti di sinistra, come il già presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera, una delle voci più autorevoli della sinistra italiana, ha già dichiarato che voterà SÌ al referendum, sottolineando che non si tratta di una battaglia di destra o sinistra, ma di una garanzia per la giustizia e i cittadini.

«Dobbiamo mettere in chiaro che non si tratta di una riforma punitiva – È intervenuto Giacomo IamettiSi deve garantire agli indagati un processo giusto, che si può svolgere dando piena operatività ai magistrati, ma anche agli avvocati. Vogliamo parlare di come spesso alcune persone siano rovinate anche da un solo giorno di custodia cautelare? Ricordiamoci anche della responsabilità della stampa, con giornali che si occupano di inchieste “di grido”. Mi auguro che questa riforma abbia ricadute concrete anche nella vita dei cittadini, ma soprattutto sull’aspetto formativo per le nuove generazioni».

«Questo referendum consentirà ai cittadini di poter liberare la magistratura dai vincoli politici, anche se ci sono questioni che appartengono alla quotidianità, come quello della legittima difesa, con la condanna di chi reagisce di fronte ad un’aggressione subita. – Così è intervenuto Stefano Candiani in video collegamento – Non si tratta di leggi scritte male, ma di leggi che lasciano aperto un aspetto legato alla loro interpretazione/applicazione. Nel caso della legittima difesa, la riforma del 2019 ha introdotto la “presunzione di proporzionalità”, applicata principalmente nella legittima difesa domiciliare: l’uso di un’arma legittimamente detenuta è proporzionato se si difendono la propria incolumità, i propri beni da un’intrusione violenta o minacciosa nel proprio domicilio o nel luogo di lavoro».

Andrea Pellicini, nel sottolineare l’importanza della priorità attribuita al merito nel sorteggio sulla composizione dell’Alta Corte Disciplinare, ha posto l’attenzione sul fatto che questa riforma non interviene sulla carcerazione preventiva. È pur vero che in questi anni è stato introdotto il cosiddetto “interrogatorio preventivo”, ma si auspica che sia inserito come regola: «Essere interrogati prima di essere arrestati eviterebbe traumi terribili e casi drammatici di carcerazioni preventive ingiuste», anche perché dei 62 mila detenuti attuali, 17 mila sono in attesa di giudizio, in virtù della presunzione di innocenza.

«Tutti vogliamo essere sicuri di essere giudicati in modo sereno e non ideologico» Questo si è augurato Giuseppe Taldone, vicesegretario regionale di Forza Italia, intervenuto a fine serata.

«Organizzeremo altri incontri per un dibattito completo anche con la presenza di sostenitori del NO» Gli ha fatto eco Pellicini, citando lo scrittore Piero Chiara, il quale fu uno dei primi a parlare di Giustizia nel suo romanzo “Il pretore di Cuvio”, anche se il clima boccaccesco della trama poco ha a che vedere con la preoccupante tematica sulla giustizia di cui si è parlato durante il convegno.

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La creazione sarà sempre un gioco?


RelatoriConCarolina
Forse sarà un gioco, ma sicuramente “L’arte è un tesoro che va lucidato ogni giorno”.Questa la frase chiave che riassume la seconda inaugurazione della mostra d’arte contemporanea Artisti dialoganti – Germogli d’arte “L’Arte che unisce”, avvenuta sabato 14 dicembre 2025 a Palazzo Verbania. L’esposizione, sviluppata in due fasi (la prima delle quali si è tenuta dal 29 novembre al 13 dicembre), ha presentato opere che “dialogano e si rinnovano nel tempo, alcune delle quali si alterneranno offrendo al pubblico un percorso vivo e mutevole”.

Al tavolo dei relatori il fotografo Ferruccio Pavesi e Tiziana Zanetti, ricercatrice dell’Istituto di Antropologia per la Cultura della Famiglia e della Persona; studiosa del diritto dei beni culturali, in particolare riguardo alle questioni relative alla circolazione internazionale delle opere d’arte. In qualità di responsabile scientifica di progetti di studio e documentazione relativi ai beni culturali, specialmente immateriali, la prof.ssa si occupa di progetti di educazione e di formazione relativi alla tutela (penale) del patrimonio storico-artistico.

«Non si tratta di una replica del primo momento espositivo, ma di un altro momento vitale di una mostra che, fin dalla sua progettazione, ha scelto il concetto di “molteplicità” come modalità di presentazione». Non ripetizione, ma ampliamento, dunque, di un percorso condiviso che restituisce visibilità e attenzione in forma viva e diretta. Una mostra che permette un’immersione a più livelli e in momenti differenti a chi la visita, lasciando alle emozioni primarie, quelle affettive, il compito dell’incanto, per poi lasciare spazio ad una curiosità di tipo più razionale, che permette di incontrare nuovi autori, o di approfondire la conoscenza di altri.

GiiullianaConsilvioQuesti sono da considerarsi solo personalissimi e parziali appunti “emozionali” e non la descrizione ufficiale e sistematica di un evento culturale; “un dialogo nato attraverso la materia e il colore”; un viaggio a ritroso alla riscoperta di frammenti sparsi di vita che non erano andati persi, ma semplicemente depositati in un angolo della memoria, in attesa del momento opportuno per tornare a galla, come il ritrovarsi di fronte ai “fossili contemporanei” di Giuliana Consilvio, della quale due opere grafiche acquistate moltissimi anni fa tuttora vegliano sul mio sonno inquieto, rendendolo più sereno.

Nativita_AtelierSomsartÈ stato scoprire che la schizofrenia è vedere l’arte in maniera differente, ammirando l’opera “Terra Santa” del Centro di riabilitazione psichiatrica Atelier Somsart, l’Associazione di Promozione Sociale che opera nell’ambito del disagio psichico “i cui soci si ri-trovano grazie al linguaggio terapeutico dell’arte e della cultura nelle loro svariate manifestazioni per prendersi cura di sé”: un collage nel quale un’antica Natività del 1700 a colori campeggia sull o sfondo in bianco/nero di drammatiche scene di guerra.

E lo stesso relatore, il fotografo Ferruccio Pavesi nel suo doppio ruolo di artista dialogante, così ha descritto la trasformazione del lago di Comabbio in fragili ed eterei filamenti in bianco/nero. «Fiori di loto ormai secchi che emergono dall’acqua come segni grafici sospesi nello spazio bianco della nebbia; le loro sagome le geometrie leggere e irregolari trasformando il lago in una superficie astratta ed educando l’anima alle vibrazioni emotive della bellezza».

«Il materiale nelle mie mani è il legno – ha aggiunto lo scultore Eduardo Brocca Tolettiil quale possiede dentro di sé tutte le fattezze della vita trasformando i materiali inerti in opere d’arte».

E poi c’AlbergoRistoranteVerbaniaè Palazzo Verbania, nato nel 1905 in veste liberty come Kursaal, ossia salone per ristorante, cene, feste, balli e banchetti e successivamente (nel 1927) ampliato dallo stesso Giuseppe Petrolo, che lo aveva progettato, mutandone il nome e modificandone l’aspetto estetico. Dopo aver cessato l’attività nel 1971, quattro anni più tardi il Verbania fu adibito a centro culturale, con la prima mostra dedicata a Bernardino Luini.

Dal 2019, dopo una campagna di restauro conservativo, ospita, accanto a esposizioni a rotazione e convegni, gli archivi del poeta Vittorio Sereni e dello scrittore Piero Chiara. «Luogo caro e deputato, fondamentale, che uno scrittore deve avere per poter scrivere. Venire a Luino e non passare di qui significa perdere un luogo dell’anima e quando un artista lo mostra attraverso l’arte, noi non riusciamo più a vederlo senza quel riferimento». Ed è esattamente così, perché «lavorare in un archivio letterario è un’esperienza forte: accedere a tutti i documenti che raccontano la vita personale intima e segreta di una persona significa entrare nella sua stessa vita, magari con l’idea di una riparazione». Così fecero i Lions, acquistando e donando al comune di Luino l’archivio di Vittorio Sereni, ricco di edizioni rarissime, postille, dediche, inserti. Ecco allora che lo studioso diventa erede di tutti quei documenti, prendendo su di sé l’incarico di procedere e “traghettare di riva in riva anime purganti“, come aveva scritto Giovanni Testori pensando all’Angelo nocchiero immaginato da Dante nel Canto II del Purgatorio.

relatoriConSindaco«Non basta dire che questo luogo è bello anche al buio: occorre fare in modo che questo luogo attiri tutto ciò che è artistico. Ringrazio Carolina De Vittori per i suoi collegamenti tra la bellezza del luogo e le altre presentate, che speriamo di portare sempre più spesso a palazzo Verbania». Ha sottolineatoil sindaco Enrico Bianchi. Sì, perché, come ha sottolineato Tiziana Zanetti, se vogliamo conoscere Luino non possiamo prescindere da una tessitura che intreccia il palazzo con la collezione Chiara/Sereni e gli archivi che ospitano i loro documenti: «Ciò che distingue un semplice edificio rispetto ad un luogo che è anche culturale è il continuo dialogo tra passato e presente, come a Palazzo Verbania, con le sue stratificazioni in dialogo continuo con il paesaggio e con la comunità».

«Nella linea del tempo di palazzo Verbania, questi 120 anni hanno cambiato la sua funzione nelle forme, ma non nella sostanza. – ha proseguito Piero Lotti – Continua a restare un luogo con forte funzione pubblica nata su un grande sviluppo turistico originato dalla nascita della ferrovia del Gottardo nel 1882».

PresepeFormentiniNoi, nel frattempo, visitando la mostra e i luoghi, non abbiamo potuto fare a meno di ricordare frammenti del racconto di Piero Chiara “Era mio padre quel Gesù Bambino”, in cui, ancora una volta, l’autore si cala nei panni di un bambino dagli occhi sgranati dalla meraviglia: “Ogni anno, verso la metà dicembre, mio padre, che quando ero bambino aveva già quasi cinquant’anni, andava nei boschi sul far della sera a tagliare un alberello, lo portava a casa al primo buio e lo drizzava sopra un profondo ripiano della nostra cucina, che liberava prima d’ogni ingombro. Avvicinandosi il Natale, sera per sera si dava da fare intorno all’albero, tirando dietro di sé una tenda che mi impediva di seguire il suo lavoro… Quando l’albero era fatto, tornava nei boschi a raccogliere un mezzo sacco di muschio, col quale componeva un bel tappeto su tutto il ripiano, che poi popolava di pecorelle, asini e pastori ritagliati da un foglio e incollati su sagome di cartone. Ai piedi dell’albero, in una capanna di paglia, metteva un bambolotto di celluloide con le braccia alzate, più grosso delle due statuine di gesso di san Giuseppe e della Madonna che gli stavano accanto e perfino dell’asino e del bue. In primo piano, posava sul muschio uno zampone di Modena simile a un avambraccio nerboruto, che sembrava il personaggio più importante del presepio. Lavorava ogni sera su quella specie di palcoscenico, quasi sempre in ginocchio perché il vano non era alto, dopo aver tirato la tenda alle sue spalle perché nessuno vedesse i suoi armeggiamenti…

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La Cina è vicina… più di quanto pensi!

MauroIrene2Questo l’intrigante titolo della locandina che annunciava l’incontro del “gran pignoloMauro Della Porta Raffo con la studiosa di cultura cinese Irene di Paola lo scorso 13 dicembre a Palazzo Verbania. Appuntamento rischioso, dato l’argomento di nicchia, ma soprattutto perché programmato in uno dei periodi più “caldi” dell’anno, quando la frenesia e l’ansia degli acquisti natalizi prendono il sopravvento su ogni altra iniziativa.

Il presidente del Lions Club Luino Nunzio Mancuso ha introdotto gli ospiti ricordando che questo continente merita di essere più conosciuto anche nella nostra zona, nella quale sono presenti alcune attività gestite da cinesi. Il moderatore, quel Mauro della Porta Raffo (classe 1944) spesso ospite di Luino e che noi conosciamo come esperto di politica americana, oltre che brillante scrittore e saggista, si è rivelato un esperto anche di cultura orientale, coordinando sapientemente l’intervento della prof.ssa Di Paola per fare chiarezza sui due modi diversi di vedere il mondo e la vita: quello occidentale e quello orientale.

«La prima cosa da fare è esplorare questo mondo particolare e i riferimenti culturali cinesi nel tempo: in che cosa la Cina attuale deriva da quella storica?» Questo il filo conduttore dell’incontro, considerando le basi filosofiche del nostro pensiero occidentale, dominate dalla civiltà greco/romana e dal successivo avvento del Cristianesimo, confrontate con il pensiero cinese: confucianesimo, taoismo e buddhismo, i quali hanno modellato e guidato la vita e le istituzioni di quel popolo per più di duemila anni, con la parola “comunità” al centro del pensiero cinese: il bene collettivo prevale sul singolo individuo, concetto consolidato anche dall’avvento del comunismo.

La storia della Cina parte da molto lontano e dal concetto di Arte. Alle nostre nove Muse occidentali si contrappongono due filoni: l’ “arte del pennello” (pittura e calligrafia, con 26 scuole di calligrafia) e l’ “arte del fuoco”, caratterizzata da bronzi, lacche e porcellane, queste ultime solo cinesi fino al 1708. Civiltà molto avanzata, dunque, ma quale collegamento esiste, tra la Cina storica e quella attuale? I politici attuali cinesi possono essere considerati una sorta di ripetizione dell’Imperatore?

L’ultimo imperatore Pu Yi non fu particolarmente fortunato, perché salito al trono da bambino nel 1908 fu costretto ad abdicare nel 1912 con la Rivoluzione Xinhai che instaurò la Repubblica di Cina. Fu in quel periodo che si tentò di introdurre una costituzione democratica provvisoria, ma l’instabilità politica e le lotte di potere ne impedirono una scrittura definitiva e, nel 1925, il generale Chiang Kai-shek fu vittorioso come leader del governo nazionalista della Repubblica di Cina, guidando, durante la guerra civile cinese, la fazione in lotta contro quella comunista. Sconfitto, si ritirò con le sue truppe superstiti sull’isola di Formosa, dove diede vita alla Repubblica di Cina a Taiwan detta “Cina nazionalista“. Nel 1949 Mao Tse-tung proclamerà da piazza Tienanmen la nascita della Repubblica Popolare Cinese (RPC), segnando il trionfo del Partito Comunista Cinese (PCC) e il controllo politico. L’attuale Costituzione della Repubblica popolare cinese adottata nel 1982 toglierà il limite dei due mandati presidenziali, lanciando così l’attuale presidente Xi Jinping verso una “presidenza a vita”.

Nella storia cinese va considerato anche il cosiddetto “Secolo dell’umiliazione”, riferito al periodo tra il 1839 e il 1949, quando la Cina subì l’azione esterna delle potenze occidentali e del Giappone, cadendo in un limbo di divisioni, guerre civili, conquiste straniere, ma dovette affrontare anche due guerre dell’oppio, particolarmente destabilizzanti, perché contrapposero l’impero cinese al Regno Unito: i britannici facevano coltivare l’oppio in India e lo vendevano in Cina, dove la popolazione veniva decimata dal consumo di questo stupefacente. L’imperatore cinese ne vietò l’importazione, ma non raggiunse lo scopo perché il porto di Canton era stato dato in uso agli inglesi. La Seconda Guerra dell’Oppio vide addirittura contrapposte le forze tecnologicamente superiori di Regno Unito e Francia, con artiglieria navale moderna e fucili a retrocarica, contro la dinastia cinese, che utilizzava armi più obsolete: la vittoria alleata mise a nudo la debolezza militare cinese, con conseguente penetrazione commerciale europea, sconvolgimento degli equilibri sociali dell’Impero e convergenza delle mire espansionistiche di altre potenze.

Con il Trattato di Pechino e altri “trattati ineguali”, oltre alla legalizzazione dell’oppio saranno ceduti territori alla Russia; Macao ai portoghesi, tre porti agli inglesi (Hong Kong, Canton e Shanghai); territori meridionali e Vietnam alla Francia (Indocina); anche Taiwan cadrà sotto il dominio giapponese, come prima colonia d’oltremare del paese del Sol Levante. E che dire della “ribellione dei boxer” (1899-1901) la rivolta anti-straniera partita dalle scuole di arti marziali cinesi? I loro membri attaccarono stranieri e cristiani cinesi, ma furono repressi da una coalizione internazionale (Giappone, Russia, Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, Germania, Italia con tremila bersaglieri, e Austria-Ungheria) che segnò l’inizio del declino imperiale.

La Cina viene smembrata e la Germania riceve “in premio” una regione fertilissima, nella quale i coloni insegnano ai cinesi la coltivazione del luppolo, da cui nascerà la birra Tsingtao, una lager chiara e rinfrescante che diventerà un simbolo del paese. All’Italia viene data in concessione Tientsin, un’area extraterritoriale con architettura, servizi e perfino banconote proprie, attiva fino all’occupazione giapponese nel 1943. Oggi, l’area conserva un quartiere italiano con edifici in stile liberty e Art déco, diventato un’attrazione turistica e culturale.

Queste ferite lasceranno però cicatrici profonde, perché l’Occidente si mostrò con il suo volto peggiore: l’impero cinese, che per millenni non aveva avuto la necessità di difendersi, non era preparato alla guerra e il “secolo dell’umiliazione” scatenò nel popolo cinese una voglia di riscatto e di rivincita, mitigato, ultimatamente, dalla filosofia mutuata dall’arte della guerra: “quando hai un nemico che non puoi abbattere, te lo devi fare alleato”, principio che vale ora nei confronti degli accordi con l’USA.

Su che cosa insiste Xi Jinpin, attuale presidente della Repubblica Popolare Cinese, a proposito di Taiwan? “Quel territorio dovrà rientrare nella madrepatria: i nostri popoli devono perfezionare la Storia e diventare un solo popolo. È una speranza che nel tempo, quando la Cina sarà diventata la prima potenza economica e culturale del mondo, (attraverso la nuova via della seta con gli istituti Confucio) ci faremo conoscere come alter ego degli USA e dell’URSS”.

Restano, al termine dell’incontro luinese, alcuni aspetti non chiariti per mancanza di tempo, come la mancata partecipazione di atleti della Repubblica Cinese alle Olimpiadi, se non in modo intermittente e sporadico, mentre Taiwan gareggiava regolarmente; per quale motivo i cinesi non amano parlare del controverso periodo di Mao; l’inutile conquista del Tibet; il divieto al matrimonio combinato; la fasciatura dei piedi; la parità fa uomini e lo sfruttamento cinese in alcune zone dell’Africa con vantaggi reciproci(prelevo materie prime in cambio di maestranze e agevolazioni).

Infine, aggiungiamo noi, il superamento della “politica del figlio unico” introdotta per contrastare il fortissimo incremento demografico, che probabilmente provocò, i passato, l’emigrazione verso i paesi occidentali e, forse, anche nelle nostre zone: ora le famiglie cinesi potranno avere due figli senza incorrere nel pagamento di sanzioni, ma a partire dal terzo figlio rimangono multe elevate, assieme alle politiche forzate di contenimento delle nascite.

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La vergine dimenticata: storia di un affresco dimenticato e della chiesa che lo celava

 

ChiesaSGiovanniUna storia a lieto fine merita sempre di essere narrata, ripercorrendo le fasi di un percorso che magari non è sempre stato privo di ostacoli e momenti dolorosi; una storia a lieto fine merita di vedere sul palcoscenico i suoi protagonisti, perché ognuno di loro ha rappresentato un indispensabile tassello affinché potesse essere consegnata al mondo con tutto il suo stupore.

Una storia a lieto fine ha bisogno di portare con sé anche il ricordo di coloro che non hanno fatto in tempo a vedere l’epilogo di quell’avventura, intrapresa con tanto entusiasmo, amore e sete di conoscenza. Infine, una storia a lieto fine ha bisogno di non essere dispersa nel vento, ma conservata in uno scrigno prezioso, per esempio in un libro: ogni capitolo come un gioiello d’inestimabile valore da tramandare non solo genericamente ai propri figli, ma ad un intero territorio, che ha saputo pazientemente e gelosamente custodirne i frammenti, fiducioso che, prima o poi, sarebbe accaduto il miracolo di riportare in luce ciò che era soltanto nascosto, ma vivo, nel cuore e nella devozione popolare.SanGiovanni1
Stiamo parlando del libro dedicato all’immagine dell’antico affresco del XVI secolo raffigurante la Madonna di Loreto, celato per oltre 100 anni nella facciata del più antico luogo di culto germignaghese: la chiesa di S. Giovanni.  “La vergine dimenticata – Storia di un affresco ritrovato e della chiesa che lo celava”, è frutto delle ricerche dello studioso Renzo Fazio pubblicate da Ra Fiùmm” Associazione culturale Carlo Alessandro Pisoni presso la Litografia Stephan S.r.L. di Germignaga.

SanGiovanni4Il volume è stato presentato lo scorso 7 dicembre proprio nel luogo tanto caro soprattutto a Pisoni, lo studioso scomparso prematuramente il 26 aprile 2021 a causa del Covid, il quale era particolarmente legato a questo luogo e al mistero che celava. La stessa Associazione “Ra fiùmm” aveva come obiettivo primario proprio il restauro completo della facciata della chiesa di S. Giovanni: dall’antico portone in legno a tutte le parti in pietra, fino alla vetrata che appare nella serliana (arco affiancato da due aperture più piccole) sopra il portone. Grande e impegnativo lavoro preceduto da indagini minuziose alla ricerca di conferme o di nuovi sviluppi di una vicenda che ancora non era chiaro se si trattava di una leggenda metropolitana o poteva sfociare in una vera e propria indagine archeologica.

Pochi e labili gli indizi lasciati dal germignaghese Attilio Bricchi, il quale, sul primo numero della rivista “Sul Lago Maggiore” pubblicata il 1° gennaio 1905 aveva scritto: “La chiesa di S. Giovanni è antichissima. Rude e malandata. Ma un delicato profumo di poesia effondono sempre quelle vecchie mura scrostate, quegli strani dipinti dei secoli addietro che, sulla facciata e nelle interne cappelle, rappresentando i Santi tutelari del paese, ricordano ai germignaghesi la fede semplice e buona…

Alla fine, tanta tenacia è stata premiata con il ritrovamento di questa preziosa testimonianza di “devozione prealpina”. Durante la presentazione il parroco don Luca Ciotti ha sottolineato che «Ogni ritrovamento è motivo di gioia e di meraviglia. Ancora di più quando questo avviene nelle proprie terre, nei luoghi dei propri affetti… Riportare alla luce, far emergere ciò che era nascosto, permettere a tutti di nutrirsi della bellezza: è ciò che è avvenuto per questa e per molte opere d’arte, ma che a dire il vero, potrebbe avvenire per quell’opera d’arte che è l’uomo, di cui spesso facciamo fatica a scoprire i tesori nascosti dietro la facciata».

Presentazione3E proprio su quest’ultima ha insistito la prof.ssa Barbara Colli nella sua presentazione, corredata da alcune interessanti diapositive: «È sulla facciata di questa chiesa che, presumibilmente nei primi decenni del ‘500, è stata effigiata la Madonna di Loreto che ha accompagnato la nostra comunità per secoli, se all’inizio del ‘900 una cartolina ne recava ancora una tracia minuscola ma viva: presa da lontano, solo un’ombra sembra comparire a sinistra del portone d’ingresso, un’ombra sfuggente agli sguardi, ma non sfuggita a chi di Germignaga nel tempo ha sempre più saputo leggere non solo la storia, ma l’anima. La Madonna di Loreto da oltre un secolo aspettava di tornare alla luce ed è per questo che a Renzo Fazio, Giovanni Corbellini (che dell’Associazione Ra Fiùmm – Carlo Pisoni è stato il più fervido promotore), ai soci che tanto generosamente l’hanno sostenuta, va il ringraziamento più sentito della nostra comunità, come alla cara memoria di Carlo Alessandro Pisoni e del padre Pier Giacomo la gratitudine per averci insegnato a impegnarci a cercare nella Storia l’impronta eterna dell’uomo».

PisoniFazio

Navata2Il pomeriggio è stato allietato anche da alcuni brani eseguiti dall’Ensemble vocale “Banchetto degli oziosi”, che ha proposto melodie di Monteverdi, Giovanni Pierluigi da Palestrina, William Byrd e Aquilino Coppini

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Giornalismo al femminile: Maria Terranova Ceron Malfitano si racconta

MariaCopertinaQuanto è corta la nostra memoria? Chi si ricorda dell’emergenza giustizia nel nostro territorio nel 1997 o delle problematiche locali messe in evidenza dal Senatore Piero Pellicini in un’intervista su Varese Sport nello stesso anno? Sul quotidiano La Prealpina Roberta Lucato firma la rubrica “100 anni fa” con briciole di storia locale. Maria Terranova Ceron Malfitano ha invece raccolto i suoi articoli apparsi su quotidiani e periodici nel corso di oltre 40 anni di attività nel volume “Giornalismo al femminile-Un tuffo nel passato”, che riproduce in copertina la sua fototessera dell’Ordine Nazionale dei giornalisti n. 50786.

Il volume, edito dalla Casa Editrice Costruttori di Pace, è stato presentato all’Ex Colonia Elioterapica di Germignaga il 10 dicembre scorso, durante la giornata dei Diritti Umani nell’ambito delle iniziative di EireneFest Verbano – Festival del libro per la Pace e la non violenza. Al tavolo dei relatori, oltre all’autrice, la prof.ssa Paola Biavaschi, direttrice del Dipartimento di Scienze Umane e dell’innovazione per il Territorio presso l’Università degli Studi dell’Insubria e la docente Milena Paladini in qualità di lettrice. L’iniziativa è stata realizzata con il patrocinio della Provincia di Varese, della Comunità Montana Valli del Verbano e dei Comuni di Brezzo di Bedero, Germignaga, Luino, Brissago Valtravaglia e Sesto Calende. Il progetto è sostenuto in parte dai fondi 8 per mille della Chiesa Valdese.

TavoloMariaSindacoI richiami alla vita di quegli anni e con i riferimenti alle botteghe, è ricostruire la storia di un territorio” Ha sottolineato il sindaco Marco Fazio nel suo intervento introduttivo, seguito dai ringraziamenti di Maria ad un’amministrazione “improntata alla libertà concedendo spazio a tutti”.

Giornalismo al femminile non solo perché donna – si legge nella prefazione – ma anche perché nello scrivere ho messo in gioco tutta me stessa: intuizioni, sensibilità e soprattutto molto amore per il territorio dove operavo e per i suoi abitanti”. Poi, entrando nel vivo dell’argomento, Maria ha condiviso alcune riflessioni: «Quante volte sono stati lesi i diritti umani e quante volte noi stessi, involontariamente, li abbiamo lesi? Negli anni ‘80/’90 era dura avere libertà di espressione e spesso si era succubi di una falsa democrazia. Mantenere l’indipendenza è sempre stato difficile: io stessa ho chiesto diritto di asilo due volte (in Svizzera e in Colombia), poi ho scelto di rimanere in Italia, mantenendo però un atteggiamento resiliente e dimostrando che si può vivere in un Paese pur non essendo sottomessi, rendendo giustizia a chi ha pagato di persona per il proprio diritto di espressione».

Maria la combattente, profeta e precursore di molte tematiche diventate poi d’attualità, come ha ricordato Paola Biavaschi nel suo intervento: «Parliamo di giornalismo, ma anche di storia locale. Se leggiamo questi articoli attraverso la sua lente ritroviamo la storia dei nostri luoghi, con l’attenzione per le minoranze, per i più poveri e soprattutto verso tematiche che diventeranno importanti, come l’intercultura e il confronto con ciò che è “diverso”. Contemporaneamente, la campagna a favore della Pace, che oggi è l’argomento del giorno legato alla situazione geo-politica, per Maria ebbe sempre un ruolo privilegiato, anche se sulla stampa locale di allora alcuni suoi articoli venivano accettati con riserva. In questo viaggio attraverso una vita dedicata all’informazione, ricordiamoci, dunque, dei tempi in cui fare ciò era molto più complesso. Quando fu promulgata la Costituzione il diritto di stampa era garantito a pochissimi; nella TV in bianco e nero degli anni del boom economico era vietato parlare di morti sul lavoro, di morti bianche ed era particolarmente coraggioso cercare di esprimere un’opinione in modo indipendente, soprattutto a livello locale. Ora l’informazione esige di camminare sul territorio; Internet permette a chiunque di fare informazione gratuitamente e senza alcuna preparazione, ma esistono mille verità, con la possibilità di creare fake news. Una delle tecniche migliori per creare cattiva informazione non è eliminare gli onesti, o fare in modo di non pubblicare i loro articoli: oggi è sufficiente aggiungere notizie per confondere le acque. Quante sono le informazioni che passano attraverso gli influencer e i social? Che cosa leggono e che cosa guardano i nostri ragazzi? Guardano le trappole di Google e la loro capacità di venire a contatto con uno spettro di informazioni neutro si abbassa sempre di più. Gli algoritmi dei social e di Internet sono diabolici, perché allontanano le persone da notizie differenti dal loro pensiero e i nostri giovani, che non possiedono spirito critico, sono i soggetti più a rischio».

MariaFirmaCopieEcco allora che diventa di grande attualità la riflessione sull’uso dello smartphone: perché non prevedere l’inserimento nelle scuole di ore dedicate all’educazione ad un uso consapevole del “telefonino”? Oggi più che mai è difficile avere un’informazione vera e controcorrente; l’intrattenimento assume un ruolo sempre più preponderante e la rapidità delle notizie moltiplica gli errori, come la diffusione di informazioni di seconda mano. Imparare a verificare le fonti? Lavoro faticoso, che richiede tempo e sforzi, ma che permette di scoprire se sono frutto di un “copia/incolla”.

È necessario anche acquisire una “lentezza della gestione dell’informazione”, perché oggi l’indigestione di comunicazioni e la loro falsa pluralità impedisce di verificare i dati. «Oggi ci viene detto che l’intelligenza artificiale processa i dati in modo velocissimo, ma noi invece siamo umani, dobbiamo processare e lavorare informazioni provenienti da un lavoro umano, perciò abbiamo bisogno di tempo. Non dimentichiamo, inoltre, che l’A.I.processa dati che va a rastrellare sul web e se non sono corretti, anche ciò che essa crea non sarà appropriato. Ciò che serve ai ragazzi, dunque, è il tempo: non serve andare più in fretta, ma rallentare. Anche il giornalismo sul territorio deve essere lento e può costituire un elemento di istruzione nei confronti dei nostri giovani offrendo loro un altro modo di apprendere. Torniamo allora ad utilizzare i sistemi pedagogici di qualche decennio fa, per re-imparare ad andare piano e avere il tempo di costruirsi».

La chiave di lettura è, dunque, la parola “tempo”: quello che Maria ha dedicato alla sua vita professionale sul territorio; il tempo che l’informazione ha bisogno per essere creata e digerita: “Io so solo che ci ho messo il cuore, oltre che la vita”.

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FIDUCIA E COMPASSIONE PER DIRE NO ALLA PENA DI MORTE

RelatoriIl 30 novembre di ogni anno si tiene la Giornata Mondiale delle “Città per la Vita – contro la pena di morte”, per non dimenticare che ancora oggi ci sono paesi del mondo che mantengono questa forma di punizione. Fin dal 2012 la Città di Luino ha aderito all’iniziativa di sensibilizzazione della cittadinanza come messaggio di speranza illuminando uno dei suoi edifici pubblici. Quest’anno si è scelto Palazzo Verbania, che il 30 novembre scorso (perché proprio il 30 novembre 1786 il Granducato di Toscana abolì la pena di morte) ha ospitato la conferenza promossa dal Comune e dalla Comunità di S. Egidio, con il patrocinio di numerose associazioni e realtà del territorio, tra le quali: Chiesa Evangelica e Metodista di Luino, Comunità Operosa Alto Verbano, Tavolo per la Pace dell’Alto Verbano, Associazione Costruttori di Pace ODV, La Banca del Tempo di Luino, AISU, Associazione “I Sassi di Lago” di Luino.

Al tavolo dei relatori Riccardo Mauri, membro della Comunità di Sant’Egidio, da anni in prima linea nelle iniziative per l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo; il consigliere comunale Paolo Portentoso, presidente della Commissione Servizi alla Comunità e referente del progetto per la Città di Luino. Moderatore Alessandro Franzetti, già Presidente del Consiglio Comunale di Luino.

Che percezione abbiamo, dunque, della morte? «L’abbiamo sentita, empiricamente, più vicina da quando, il 9 agosto 2025, sono stati letti a rotazione i nomi dei 18.500 bambini uccisi nel corso dei 23 mesi di bombardamenti sulla striscia Gaza durante l’iniziativa promossa dal Tavolo per la Pace dell’Alto Verbano con il coordinamento della Comunità Operosa. Cinque minuti di lettura per ognuno dei volontari che, nel pronunciarli, in quel momento sentivano così vicini, con la sensazione di poterli riportare in vita».

Perché tanto rumore per Gaza, rispetto agli altri 60 teatri di guerra nel mondo? Sono luoghi che non conosciamo, eppure come possiamo sentirci empatici con queste tragedie che comprendiamo solo dal punto di vista razionale? Come possiamo capire guerre di religione che mascherano altri interessi, quali quelli legati al petrolio?

Come si percepisce la pena di morte? Ne parlò lo scrittore Dostoevskij, condannato a morte per fucilazione nel 1849 e la cui esecuzione fu sospesa all’ultimo momento, con la pena commutata in lavori forzati: “Sono stato tra le sgrinfie della morte per tre quarti d’ora; perciò, l’ipotesi dei lavori forzati a vita diventa una rinascita”.

E come superare l’idea di vendetta, per esempio di fronte ai femminicidi, o dopo stragi come quelle del 2011 in Norvegia, con la morte di decine di ragazzi? L’autore di quegli attentati fu condannato a “soli” 21 anni di carcere, il massimo previsto dalla legislazione norvegese. «Non so se è corretta questa interpretazione, ma penso di poter dire che fu un segno di civiltà della popolazione, dando la possibilità di una riabilitazione che vada oltre la vendetta di Stato». Ha concluso Portentoso.

In qual modo la Comunità di S. Egidio si è ritrovata a ragionare su ciò che si prova nel “braccio della morte”? Nel 1995 il giovane afroamericano condannato a morte Dominique Green ne diventò amico attraverso un rapporto epistolare. Aveva appena 18 anni quando fu condannato alla pena capitale, accusato di omicidio avvenuto durante una rapina. Dopo aver subito un processo ingiusto, fu detenuto in una prigione del Texas e giustiziato con un’iniezione letale nel 2004.

«Dominique chiedeva solo di inondarlo di lettere, di poter comunicare con il mondo esterno: un mondo di coscienze in grado di bucare il braccio della morte. Dopo di lui si creò una rete di incontri con molti altri testimoni direttamente coinvolti: uomini e donne con un parente condannato a morte, ma anche parenti di vittime di omicidio che chiedevano la grazia per quei condannati. Si trattava di una richiesta di giustizia trasversale: chi avrebbe avuto diritto alla vendetta chiedeva invece la possibilità di un perdono».

Attraverso l’alleanza con altre associazioni nacque l’idea di proporre un appello alle Nazioni Unite per “ottenere una tappa intermedia di riflessione, provando a sperimentare come sarebbe il mondo senza pena capitale”. C’erano già degli esempi virtuosi come quello del Canada, in cui, da quando diventò abolizionista, vide crollare i crimini. Nello stesso modo, negli USA per lungo tempo non furono inflitte pene di morte, con una flessione del tasso di criminalità. Dunque: «Se uno Stato mostra di voler difendere la vita di tutti, lancia un messaggio forte che non è possibile ignorare. Ecco perché è importante sostenere “Città per la vita”, al quale hanno aderito più di 2500 città, con il Colosseo primo monumento illuminato a livello simbolico. Infliggere la pena di morte equivale a contestare un cammino di progresso. Purtroppo, ci siamo abituati alla guerra, alla violenza e all’indifferenza. Un conflitto così vicino a noi come quello in Ucraina non si è mai visto dopo la fine della II guerra mondiale: uscivamo da quella cappa di piombo che ci bloccava, facendoci temere che qualcuno avrebbe potuto spingere un bottone e tutto sarebbe finito, una guerra tanto pulita da cancellarci con un’unica esplosione. Se si abbassa la guardia si fa in fretta a tornare le caverne, dando voce alla nostra voglia di vendetta, prevaricazione, violenza, pensando che giustizia significhi preservare il proprio benessere, la propria tranquillità. In realtà tutti partiamo dalla stessa dimensione di debolezza e non è un caso che chi si trova nel braccio della morte appartenga ad una minoranza; non è un caso che sia condannato a morte chi ha ucciso un bianco, perché il razzismo è anche nei confronti della vittima: se è nero la pena diminuisce».

Ci sentiamo di chiedere una pena esemplare per i crimini più efferati? Ebbene, ricordiamoci che nel mondo si può essere condannati a morte anche per essere sospettati di aver tradito il marito, per aver bestemmiato, per ave elevato le tasse… Siamo vittime di una cultura che ci bombarda incrinando il senso della nostra sicurezza, del nostro diritto di stare bene: ogni volta che qualcuno li minaccia chiediamo una pena severa.

Dire NO alla pena capitale significa non cedere a una cultura di morte, di divisione, di violenza, di forza egoistica. Quando entriamo in un clima di guerra la morte ci sembra più naturale, ma significa cancellare secoli di cultura. Allora, pensando a come evitarla, ci porta a riflettere su come essere più giusti. «La pena di morte è la punta dell’iceberg di una giustizia che può essere migliore rinnovando i cuori; le carceri possono essere luoghi di rinnovamento e di cambiamento; è una sfida per tutti, dalla società civile alle religioni, attraverso il cambiamento di una coscienza e di un modo di pensare: se il peccato è sempre alla tua porta, tu combattilo!».

Questa è la riflessione cristiana della Comunità di S Egidio, il segreto per vivere in questo mondo: la vera empatia è quella che tu senti per gli altri; pensare a che cosa tu puoi fare per loro, perché nemmeno l’uomo peggiore perde il diritto alla vita.

GruppoControPenaMorte

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Quale futuro per l’Italia e il mondo? Analisi geo-politica di Alessandro Alfieri

AlessandroAlfieriGaza, Ucraina: venti di Pace e scenari di guerra – Quale futuro per l’Italia e il mondo?” Ne hanno parlato il sen. Alessandro Alfieri e Alice Bernardoni, segretaria Provinciale PD, venerdì 28 novembre scorso presso il Punto d’Incontro di Maccagno con P.V. in una serata promossa dal Circolo locale del PD, introdotta e moderata dal Consigliere Provinciale Fabio Passera.

Questa è stata la prima di altrettante serate dedicate a tematiche importanti, come Sanità e Lavoro, soprattutto quello sottopagato e del salario minimo. Anche Malpensa e i problemi ambientali collegati saranno oggetto di attenzione, ma il recente arresto del consigliere regionale PD Paolo Romano, imbarcato sulla Karma, una delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla abbordate dall’esercito israeliano nella serata del 1° ottobre scorso, ha richiesto la necessità di affrontare questo argomento così delicato partendo proprio dall’ascolto dei comuni, per i quali la Provincia «resta importantissima, nonostante il suo depotenziamento – ha esordito Alice Bernardini – e nella quale gli esponenti del PD reggono la maggioranza del Presidente Magrini attraverso un’alleanza programmatica e riuscendo ad essere incisivi rimanendo tra le persone».

Qual è, dunque, il futuro del nostro Paese? La guerra imperversa ad ogni latitudine, dal Camerun allo Yemen, da Gaza all’Ucraina, come ha recentemente sottolineato anche il Pontefice Leone XIV. Allora è d’obbligo una riflessione su un’Europa che, dal punto di vista politico, si trova tuttora nelle mani degli USA di Trump e della sua squadra: «Questo suo secondo mandato gli permette di fare ciò che vuole, perciò ha messo in atto la costruzione di un nuovo ordine internazionale, con una riforma delle regole precedenti e tagliando le risorse all’ONU, rendendo gli interventi, anche nelle zone più disperate dell’Africa, molto più problematici».

Le politiche adottate dal governo Trump hanno provocato il blocco dello sviluppo di nuovi progetti di energia eolica a favore di una politica di sostegno ai combustibili fossili, causando la sospensione di progetti, la perdita di investimenti e un’incertezza generale nel settore; privilegiati investimenti su petrolio e gas texano e ritiro degli USA dall’accordo sul nucleare iraniano ad uso esclusivamente pacifico, con la prossima reintroduzione delle sanzioni USA precedentemente sospese, mettendo di fatto in difficoltà quegli attori internazionali – come i paesi europei – che in questi mesi avevano espresso la volontà di rimanere parte dell’accordo.

E che dire della “coalizione dei volenterosi”? Il Piano di Pace per l’Ucraina guidato da Francia e Regno Unito, nel quale i leader continentali cercano di colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti con un nuovo piano di pace e maggiori investimenti nella difesa, non vede l’Italia tra i suoi membri, a causa della sua riluttanza a inviare truppe in Ucraina, motivo che rende incoerente la partecipazione a incontri con obiettivi che non può sostenere, «impedendo, di fatto, un’autentica unione dei paesi europei, definiti da Trump “una banda di scrocconi e debosciati, vissuti sulle spalle degli americani, i quali hanno tenuto in vita imprese e fornito risorse per garantire stabilità e sicurezza del nostro continente”».

Un’Europa disarticolata che non trova la sua giusta collocazione nello scenario internazionale, la cui presenza è resa difficile anche dalla presenza di Elon Musk, il controverso imprenditore sudafricano naturalizzato statunitense patron di Tesla e Space X, ideatore di progetti dall’internet satellitare a Twitter e al rapporto con le criptovalute, «sviluppando servizi che in Europa si fa fatica ad avere. Se non sapremo investire sulla dimensione europea, rischiamo di diventare una piccola provincia subordinata alla potenza cinese, che sta espandendo il suo impero anche in Africa, comprando terre, costruendo in maniera scientifica anche in Bangladesh, investendo in Sri Lanka e Pakistan e alla quale si sono aggiunti altri paesi con un tasso di crescita enorme. E la Russia, che non può più vendere a noi il gas, si è rivolta a nuovi mercati».

La stessa politica di Trump indebolisce un’Europa che perfino nel parlare dei morti di Gaza non riusciva a mettersi d’accordo: «Agende e sensibilità differenti, con lacrime di coccodrillo: le stesse di quando abbiamo deciso di lasciare l’Afghanistan. L’Europa per anni ha costruito progetti di emancipazione, soprattutto femminile, ma si è fermata; ci siamo ritirati per mancanza di una soggettività unica, con Paesi attenti ai rapporti con la Russia perché acquistano il suo gas a prezzi bassi e ottengono il consenso dei cittadini, come i polacchi e i baltici. E che dire del Qatar? Finanzia Hamas, ma ospita nel suo territorio la più grande base militare americana». Ecco perché spostare risorse sulla Difesa è così difficile e l’unica via d’uscita è quella di costruire un nucleo di difesa estera comune, come fu fatto con Schengen, l’area di libera circolazione firmato da 27 paesi europei nel 1985.

Lo stesso fallimento del summit di Anchorage (Alaska) dell’agosto 2025 tra Trump e Putin ha regalato a quest’ultimo una legittimazione che l’Europa non può ignorare. Obiettivo statunitense era quello di cercare di avviare un processo di “cessate il fuoco” nell’aggressione della Russia all’Ucraina; Il lunedì successivo il Presidente dell’Ucraina Volodymir Zelensky ed i capi di stato dei più importanti paesi dell’Unione Europea, insieme alla Presidente della Commissione Europea Ursula Von del Leyen, hanno raggiunto Washington per evitare un accordo USA-Russia che li avrebbe esclusi e per salvaguardare la posizione europea all’interno della risoluzione del conflitto. L’UE, dunque, si trova di fronte a una scelta: accettare un ruolo da comparsa o mettersi nella condizione di pretendere un posto al tavolo delle decisioni, prima che sia troppo tardi.

A tutto ciò si aggiunge il polso dell’opinione pubblica: «Gente frustrata e incazzata che ha incominciato a manifestare, anche di fronte ad un sentimento di ingiustizia per Gaza e Ucraina. Non abbiamo fatto nulla per aiutarli tranne ospitare ragazzini/e che necessitavano di cure. Un governo dovrebbe invece introdurre iniziative diplomatiche, di fronte ad un cessate il fuoco complicato da ottenere e aiuti che entrano con grande difficoltà». Ha proseguito Alfieri.

Possibile una ripetizione degli Accordi di Abramo, quel “capolavoro politico e diplomatico” del mediatore e pacificatore Trump che, durante il suo primo mandato permisero una serie di intese con l’obiettivo di normalizzare le relazioni tra Israele, Emirati Arabi, Berheim, Sudan e Marocco?

Il nuovo piano di Pace promosso dal Presidente USA prevede il riconoscimento di Crimea e Donbass come territori legittimamente russi, in cambio di garanzie di sicurezza; adesione verso la UE ma non nella NATO. Il progetto includerebbe anche limitazioni sulla dimensione dell’esercito ucraino e sulle sue armi a lungo raggio in cambio di garanzie di sicurezza statunitensi.

Ancora una volta gli USA come sceriffi planetari? Ecco perché è necessario proporre «un’alternativa, superando i nazionalismi e sostenendo un’unione europea, investendo su un gruppo di paesi volonterosi, con una difesa antiaerea e anti droni». Non dimentichiamo che il nostro Paese possiede carri armati Leopard dotati del 65% di componentistica europea. Introdurre politiche che permettano all’Europa di intervenire significa non limitarsi agli slogan, spiegando anche: «il significato di “investimenti nella difesa”, soprattutto in sommergibili, droni, robottini che controllino gli atti di sabotaggio sottomarino (underwater)».

Nel rispondere alle domande del numeroso pubblico il sen. Alfieri ha ribadito con fermezza la necessità che l’Italia prenda posizioni forti a livello europeo soprattutto sul riconoscimento della Palestina, come del resto ha fatto anche il presidente francese Macron, alimentando la prospettiva di due popoli in due stati.

La nostra società si sta militarizzando? Certamente no, ma si ammette il bisogno di avere tecnici informatici e professionalità specifiche, come la Sanità Militare, che già fu estremamente utile nel periodo dell’emergenza Covid: formando persone anche attraverso concorsi. Da non sottovalutare inoltre la possibilità di utilizzare volontari in ferma temporanea, da non confondere con il vecchio concetto di leva.

Alcune battaglie servono al Paese e il PD sì è sempre preso le necessarie responsabilità, anche di fronte a scelte impopolari, ma ora è necessario trovare il tempo per il “racconto”.

«Ci serve la difesa antiaerea anti-drone, abbiamo bisogno di fare investimenti sui cavi subacquei, nuovi sonar per eventuali minacce, che vanno raccontate e spiegate. Putin si fermerà? Sono molto cauto, ma sicuramente qualcosa è cambiato nella percezione della geo-politica, soprattutto per noi, abituati a non avere una guerra nel cuore dell’Europa; anche Finlandia e Svezia, prima neutrali, oggi sono membri della NATO. Per ora gli europei hanno rafforzato i confini e Putin ha bisogno di raccontare una vittoria, legittimando i paesi Russofoni». Con queste parole si è concluso il brillante, imparziale intervento del sen. Alfieri su una situazione che, per il momento, non si può ancora definire una storia a lieto fine, ma aperta a possibili ulteriori infiltrazioni di “venti di Pace”.

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Paolo Borsellino: un sogno d’amore che non potrà mai morire

Mini_SalvatoreBorsellino1«Le gambe purtroppo non mi portano più dove il mio cuore vorrebbe andare: tra tutti voi che avete una frazione di vita maggiore della mia, affinché possiate ricordare…».

Così ha esordito Salvatore Borsellino lo scorso 28 aprile presso la sala Giovanni Reale di Palazzo Verbania, durante un incontro organizzato dall’associazione “Su la Testa – APS”, con il patrocinio del Comune di Luino e la collaborazione dell’Uciim (Unione Cattolica Italiana Insegnanti Dirigenti Educatori Formatori) “Paolo Borsellino e Rocco Chinnici”, dell’associazione Fazzoletti Bianchi, dell’Associazione Nazionale Carabinieri e di altre realtà locali.

E chi si aspettava una semplice conferenza commemorativa per onorare la memoria di una delle figure più rappresentative della lotta contro la mafia, quel Paolo Borsellino che, insieme a Giovanni Falcone, Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa e molti altri sacrificò la sua vita al servizio dello Stato, si sbagliava.

Perché le parole di suo fratello Salvatore hanno avuto l’effetto di un fiume in piena, che rompendo gli argini delle convenzioni si è trasformato in un urlo di dolore, di rabbia, ma anche di speranza nel rivivere quegli ultimi giorni (esattamente 57, quelli che separano la strage di Capaci da quella di via D’Amelio) prima della morte di Paolo.

Frammenti di vita raccontati da questa parte della barricata, quella della famiglia, di coloro che ancora oggi non sanno darsi pace per non averlo potuto proteggere da quell’orrore pianificato da Cosa Nostra. «Non era un eroe ma un servitore dello Stato che fino all’ultimo aveva deciso di continuare a fare il suo dovere. Falcone era suo fratello, non io, che lo sono solo anagraficamente, perché entrambi avevano lo stesso sogno»

E non solo: nella carneficina di quel 19 luglio 1992 in via D’Amelio se ne sono andati anche cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Traina. «Furono fatti a pezzi: c’erano solo brandelli mescolati insieme, nelle bare e nella buca scavata dall’esplosione. Mia madre volle che fosse piantato un ulivo fatto arrivare apposta da Betlemme, che allora era ancora un luogo di pace, come simbolo di speranza». Ecco perché Salvatore Borsellino non va mai al cimitero di Palermo: là si trovano soltanto i resti dei corpi, mentre invece in quell’albero non scorre la linfa, bensì il sangue di quei ragazzi. «Quando appoggio la mano su quell’albero è come se lo appoggiassi sul braccio di mio fratello».

Passano soltanto pochi attimi, tra quello squillo di campanello e la deflagrazione, e la mamma di Paolo, dopo la morte di quel figlio vorrebbe morire. Invece sopravviverà per altri interminabili anni guardando i ragazzi passare e appendere oggetti ai rami di quell’ulivo: perfino sigarette, come se Polo fosse ancora vivo. Già, è una condanna alla vita, come quella del collaboratore che si salverà dall’attentato perché in quel momento sta facendo manovra, mentre Paolo «si accendeva una sigaretta senza sapere che stava guardando il cielo di Sicilia per l’ultima volta».

E ai ricordi intimi e segreti, narrati quasi come una litania rivolta più a se stesso che al pubblico, Salvatore Borsellino alterna più di un “J’accuse”: una violenta requisitoria non solo contro la mafia, ma anche contro lo Stato, colpevole di aver lasciato solo suo fratello. Il nocciolo della questione resta la famosa “agenda rossa”, che, a distanza di tanti anni non è stata ancora trovata: «la scatola nera di quella strage, con un’infinità di depistaggi che hanno allontanato il decorso della verità, ma anche simbolo di lotta».

E all’invettiva contro i corrotti come Vito Ciancimino si aggiunge l’amara constatazione che anche la Chiesa dovrà aspettare l’arrivo di un Papa polacco per esprimere la sua condanna nei confronti della mafia, quando, il 9 maggio 1993, Giovanni Paolo II pronuncia una scomunica ai mafiosi durante la sua visita alla Valle dei Templi. Del resto, lo Stato stesso era la mafia, soprattutto quando fu permesso il famoso “Sacco di Palermo” che stravolse l’architettura della città tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60. Le ville liberty tipiche della città furono distrutte per ottenere licenze edilizie che avrebbero dato il via ad una delle più grandi speculazioni edilizie italiane.

A mitigare la rabbia di Salvatore, si alternano i ricordi degli insegnamenti materni verso il rispetto, il senso dello Stato, l’amore per la lettura, in un periodo in cui certi autori avevano una circolazione limitata, per esempio Leonardo Sciascia. «Il giorno dopo, nostra mamma, mentre aveva ancora nelle orecchie quel boato, chiamò me e mia sorella e ci disse che da quel momento avremmo dovuto andare dappertutto per non far morire il sogno di Paolo: “finché qualcuno parlerà di lui, egli non sarà morto”»

Sì, la vita di Paolo è così intensamente legata all’amore che non riusciranno ad inventare una bomba in grado di uccidere questo sentimento: «L’ho promesso a mia madre, ma sono convinto che sopravviverebbe anche senza di me». Rivela Salvatore con un’impercettibile incrinatura della voce, ricordando l’infanzia in un quartiere dove si giocava e si andava a “rubare i cioccolatini”, con l’odore della farmacia del padre Diego nelle narici. Quello è ancora un quartiere povero dove un’intera famiglia vive in una sola stanza e la luce entra dall’unica porta.

Per questo motivo i ragazzi spesso cadono nella spirale della criminalità organizzata, i cattivi maestri si trovano facilmente per strada e le forze dell’ordine vengono percepite come nemici, perché controllano gli arresti domiciliari dei padri. Ma Paolo l’amava, la sua città: “Palermo non mi piaceva: come può piacere una città dove ancora scorre il sangue? Ma proprio per questo imparai ad amarla, per cercare di cambiarla”.

Dopo la sua morte la gente incomincia a ribellarsi, soprattutto i giovani: Palermo si riempie di lenzuoli e Salvatore pensa che forse Dio aveva voluto la morte di Paolo affinché il “nostro disgraziato Paese potesse cambiare”. Ma dopo cinque anni sceglie il silenzio, perché si rende conto che l’indifferenza sta prendendo il sopravvento. «Tacqui perché capivo di non avere il diritto di continuare».

Perché uno Stato “deviato” non aveva saputo proteggere Paolo e il compito degli assassini fu facilitato dalla mancanza di un banale divieto di sosta; Il telefono dei genitori intercettato dai criminali; l’auto posteggiata sotto casa sostituita… «Tutti sapevano che sarebbe toccato a lui: Mio fratello fu lasciato lì ad aspettare l’arrivo della morte».

Paolo come un agnello sacrificale, riceve una telefonata dal suo capo, per informarlo che l’auto di servizio era già parcheggiata davanti al portone di via d’Amelio. Egli è consapevole che il carico di tritolo che doveva ucciderlo era già arrivato, tanto che, sapendo che cosa l’aspettava. Alle 5 del mattino di quel 19 luglio 1992, dodici ore prima dell’attentato, Paolo scrive una “lettera screanzata” di rimprovero, rimasta incompiuta, indirizzata agli studenti di un liceo che non era riuscito ad incontrare a causa di un disguido e non dalla volontà di trincerarsi dietro un compiacente centralino telefonico. Nonostante già sappia che cosa l’aspetta, in quella lettera Paolo scrive anche parole piene di speranza, benché la città si sia di nuovo “barbaramente insanguinata”.

Sono ottimista perché vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni.  Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta… Il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

E torniamo alla famosa Agenda Rossa: una fotografia mostra un capitano dei Carabinieri che si allontana con la borsa di Paole. Forsa viene rimessa nell’auto in fiamme nella speranza che l’incendio faccia perdere anche il suo ricordo e quello del suo contenuto; tuttavia, non fu mai istruito un processo per indagare specificatamente; il capitano fu mandato a processo, ma in udienza preliminare fu assolto. Si trattò di un depistaggio di Stato? Probabilmente quell’agenda fu sottratta dai Servizi e giace tuttora nel sotterraneo di qualche palazzo romano. Servizi deviati presenti, chissà perché, ogni volta che si parla di una strage, a partire dall’eccidio di Portello della ginestra del lontano 1947 compiuto dalla banda di Salvatore Giuliano.

È quasi impossibile tentare di governare questo fiume inarrestabile e così doloroso di ricordi, per incastrare i tasselli degli ultimi anni di storia del nostro Paese da consegnare alle future generazioni, per mitigare il senso di colpa per non aver potuto impedire che il destino di Paolo Borsellino si compisse e per imparare a convivere con la rabbia, combattendo contro il muro di gomma della reticenza, desiderando urlare al mondo intero che non si potrà mai scrivere la parola “Fine”.

Alla ricerca di una pace interiore Salvatore intraprese da solo il Cammino di Santiago e la Via Francigena, sicuro di avere accanto a sé suo fratello; ora, finalmente, la chiara percezione che una via d’uscita forse c’è, per evitare che la gente continui a voltare la testa dall’altra parte, lasciando che degli eroi si siano sacrificati per gli indifferenti che non hanno saputo fare la loro parte: raccogliere il testimone.

Allora, mai come ora appare realizzabile la metafora utilizzata per regalare un potente messaggio di speranza a tutti i presenti, soprattutto ai ragazzi intervenuti all’evento: se una sola persona provasse a svuotare il mare con un cucchiaino non ce la farebbe mai, ma se invece tutti insieme unissimo le nostre forze e con un cucchiaino a testa iniziassimo ad aiutare quella singola persona, potremmo riuscirci.

 

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Neve di febbraio

WebVeddoSnow3

Cadeva
senza fretta posandosi quieta
sui primi germogli del tiglio
sognando il profumo dei fiori
e l’estate, con la brezza
che scende la sera dalla valle
a solleticar le gote.

S’imbiancava
il paese sotto lo sguardo
incredulo dei tetti
lasciandosi travolgere da
improvvisi fremiti
prima di concedersi al sonno,
intessuto del disperato
anelito di un sorriso.

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