Ho visitato la mostra “In cielo, in terra – Un universo fotografico” dedicata all’opera di Muriel Pénicaud, allestita al Civico Museo Parisi-Valle a cura di Federico Crimi.
Si tratta di “una rassegna monografica interamente dedicata alla fotografia”, si legge nella presentazione: “Il suo sguardo rivela l’invisibile e coglie gli attimi effimeri e fugaci di poesia della vita quotidiana. Che sitratti di un uccello che prende il volo, della profondità di uno sguardo, del significato di un gesto, dell’anima degli alberi o della libertà femminile, le sue fotografie riflettono la sua ricerca di meraviglia e il suo impegno sociale”.
Sessanta
scatti in bianco/nero suddivisi in quattro sezioni: alberi, uccelli, anime umane e paesaggio, i cui “lo sguardo è come un raggio di luce che illumina la scena per rivelarne la bellezza nascosta”.
Bianco/Nero: termini che fanno pensare ad un’antitesi, ad un universo piatto e monocromatico, esente dalla distrazione del colore. E invece ecco un infinito gioco di sfumature, di giochi tra luce e ombra, tra forme e riflessi, dove l’essenza del soggetto prende il sopravvento, rivelando nuove forme di lettura dell’opera.
Questa mostra ci fa riflettere anche sul significato di “fotografia”: perdita dell’ ”aura”, ovvero dell’unicità e dell’irrepetibilità di un’opera d’arte originale come quelle di un dipinto, o una scultura? Questo sosteneva il filosofo Walter Benjamin nel suo celeberrimo saggio del 1936 “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, nel quale negava alla fotografia e al cinema tale caratteristica. Tali “manufatti”, replicabili all’infinito, si svuoterebbero del loro valore culturale, assumendo soltanto un valore espositivo; unico vantaggio permettere all’arte di essere accessibile alle masse, perdendo così il suo alone mistico, in favore di una nuova funzione sociale.
Rivendico, invece, a favore dei fotografi, l’unicità dell’ispirazione artistica e la capacità di cogliere l’attimo, spesso anticipando di frazioni di secondo quel movimento che, pur essendo “congelato” dallo scatto dell’obiettivo, sappia restituire tutta la magia di un’azione; uno sguardo, che renda partecipe l’osservatore della profondità e dell’intensità di un pensiero, di un’emozione.
Insomma: ammirando le opere di Muriel Pénicaud non si tratta di vedere una semplice elegante composizione geometrica fra primi piani e sfondi, ma di leggere un universo poetico arricchito di infinite sfumature, per restituire uno stupore, un “ohhh” di meraviglia di fronte a qualcosa che fino a questo momento era sfuggito al nostro sguardo imperfetto e distratto.

